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D.O.P. Terre d’Otranto: dal barocco leccese alla Grecìa Salentina

Viaggio nel Salento dei borghi interni, alla scoperta di chiese e palazzi riccamente decorati, frantoi sotterranei ricchi di storia e le atmosfere magiche della taranta.

L’olio EVO D.O.P. Terre d’Otranto viene prodotto nell’estrema punta del tacco d’Italia, in quel territorio della Puglia compreso tra il canale d’Otranto e il Golfo di Taranto che include comuni del tarantino e del brindisino, oltre che della provincia di Lecce. Qui il Salento diventa un ponte gettato verso l’Oriente, fatto di pianure alternate alle Serre, piccole alture sassose che costituiscono le Murge salentine. Il nostro itinerario si snoda lontano dalle coste e dalle rotte turistiche più battute, a partire da Lecce e passando per una serie di borghi, che si raggiungono attraversando distese di ulivi, campi di tabacco, vitigni e gli immancabili fichi d’India.

Lecce, conosciuta come la “Firenze del barocco”, è un concentrato di gioielli architettonici del Sei-Settecento. Il suo centro storico ha infatti un’impronta stilistica legata ai numerosi palazzi e alle chiese dalle facciate riccamente decorate che furono eretti dopo la rivolta di Masaniello e il ritorno degli spagnoli a Napoli. Il modo migliore per apprezzare la città è perdervi tra le sue vie, magari al calar del sole, quando il tramonto rende ancora più caldo il colore della pietra leccese, una roccia calcarea che in epoca barocca generazioni di scalpellini hanno lavorato come pizzo per decorare frontoni, marcapiano, capitelli. Partite da Piazza Duomo, scenografica come una quinta teatrale su cui si affacciano la Cattedrale, il Palazzo Vescovile e il Seminario. Proseguite poi su via Libertini per ammirare una sfilata di facciate di palazzi e chiese. Fermatevi a visitare la Basilica di S. Croce, uno degli esempi più importanti di barocco leccese, con il suo ornato rosone e la sua teoria di putti abbracciati ai simboli del potere spirituale e temporale. Prima di ripartire, fermatevi in piazza Sant’Oronzo ad ammirare i resti del maestoso anfiteatro romano che è stato riscoperto agli inizi del Novecento e fate un salto al Castello di Carlo V, sede di interessanti mostre temporanee. Poco lontano da Lecce, vale una deviazione l’abbazia di S. Maria di Cerrate, uno dei più importanti esempi di architettura medievale in Puglia, immerso in un incantevole paesaggio caratterizzato da frutteti e uliveti dell’olio EVO D.O.P. Terre d’Otranto. Dopo essere stato monastero di rito bizantino con scriptorium e biblioteca, divenne centro di produzione agricola specializzato proprio nella lavorazione delle olive, grazie a due frantoi ipogei testimoniati fin dal Cinquecento.

 

A Lecce i vecchi ulivi mormorano storie. Sono storie di ninfe, pastori, streghe che qui chiamano “macare”. Storie che, secolo dopo secolo, sono diventate leggende e che ci portano nel sito megalitico fra Giuggianello e Minervino di Lecce. Le grandi pietre, inspiegabilmente posizionate millenni fa, sono dolmen e menhir che avrebbero assistito a storie fatate. Una delle tante riguarda proprio i maestosi alberi di ulivo che, numerosissimi, svettano con le fronde argentee nel Salento.

Secondo lo scritto attribuito a Nicandro di Colofone (II secolo a.C.) si racconta, come fosse una favola, che nel paese dei Messapi le cosiddette “Rocce Sacre” un giorno avessero ospitato l’arrivo inatteso di ninfe danzanti. I pastorelli abbandonarono le greggi e andarono a guardarle, per poi dire loro: noi danziamo meglio. I fanciulli non si erano resi conto che il confronto con le ninfe non era certo con delle loro coetanee di stirpe mortale. Danzarono, quindi, in modo rozzo e goffo appunto da pastori e le ninfe, esseri divini soavi e raffinati, vinsero la gara. Allorché si rivolsero agli sconfitti e secondo la leggenda gli dissero: “giovani dissennati, avete voluto gareggiare con le ninfe e ora che siete stati vinti ne pagherete il fio”.

I giovani pastori vennero immediatamente trasformati in alberi, in questo luogo chiamato Santuario delle ninfe.  A Minervino di Lecce si narra che, ancora oggi, i contadini non vogliono che i propri figli vadano dove potrebbero incontrare queste ninfe.

La cultura dell’olio di oliva vive una millenaria e instancabile evoluzione. In Salento, cuore degli scambi commerciali e territorio di antica sperimentazione nella coltivazione dell’ulivo, i naufragi di anfore cariche di olio e vino che viaggiavano nel Mediterraneo ci hanno tramandato tantissime informazioni.

Visitando il Museo Sigismondo Castromediano di Lecce si potrà ammirare l’evoluzione dell’olio di oliva, ieri come oggi utilizzato nella cosmesi. Sempre apprezzato per il consumo a tavola. Un tempo indispensabile per l’illuminazione con le lampade e, infatti, chiamato olio lampante.

La Gallipoli di un tempo, quando l’olio che partiva da qui illuminava l’Europa, ha conservato una significativa traccia di questa produzione olearia: il frantoio ipogeo di Palazzo Granafei, segnalato dal F.A.I. (Fondo per l’Ambiente Italiano). È un luogo sotterraneo, così come lo erano tutti gli antichi frantoi poiché la temperatura fresca e costante contribuiva alla buona riuscita della lavorazione delle olive. Ma questo ipogeo di Gallipoli, dove pare che ci siano almeno una trentina di frantoi sotterranei, è solo un suggerimento: nel leccese, nel brindisino e nel tarantino sono sempre più numerosi quelli visitabili.